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13.10.25 –Articolo di Michele Arduengo, traduzione di Giacomo Grisafi
Negli ultimi decenni, la linea di confine tra il mondo umano e quello animale si è fatta sempre più sottile. Espansione urbana, cambiamenti climatici e globalizzazione hanno creato le condizioni ideali per la diffusione delle malattie zoonotiche. I rifugi per cani, spesso sottovalutati, possono diventare sentinelle essenziali nella lotta ai patogeni emergenti.
A settembre 2025, il sito di statistica Worldometer stimava la popolazione umana in 8,3 miliardi di persone (1), con un incremento globale di 70 milioni ogni anno. Una delle implicazioni di questa crescita demografica è che l'uomo vivrà e lavorerà in ambienti precedentemente disabitati o quasi. Aumenteranno le interazioni tra simili, quelle con gli animali domestici, con la fauna selvatica e i suoi agenti patogeni. Un maggiore scambio uomo-animale aumenta il rischio di trasmissione di malattie zoonotiche. Gli agenti patogeni, attraversando le barriere di specie (dalla fauna selvatica al bestiame domestico o all'uomo direttamente), possono portare a focolai e pandemie.
L'urbanizzazione selvaggia, la distruzione degli habitat e i cambiamenti climatici aggravano il rischio di una trasmissione. Sono fattori che alterano gli ecosistemi e facilitano la diffusione e l'emergere di malattie trasmesse da vettori e zoonosi. Comprendere e affrontare queste minacce richiede sorveglianza, diagnostica efficace e strategie proattive per prevenire e mitigare la diffusione delle malattie.
Nelle aree urbane, la sanità pubblica monitora le acque reflue per tenere sott'occhio gli agenti patogeni noti e identificare i "punti caldi" di attività, prevedendo così l'aumento delle malattie nelle popolazioni locali (2). Altri luoghi utili al monitoraggio, soprattutto per quanto concerne le malattie infettive emergenti sugli animali domestici, sono i rifugi per cani.
In un recente articolo, Kelly et al. (3) valutano la prevalenza del nematode parassita Onchocera lupi su una popolazione canina in un rifugio urbano per animali. Il nematode infetta principalmente cani (selvatici e domestici), gatti ed esseri umani, e interessa le aree di Stati Uniti, Africa, Europa e Asia. Le infezioni sono associate principalmente a malattie oculari, come congiuntiviti e lesioni nodulari, ma i casi subclinici sono spesso difficili da riconoscere. Riuscire a mappare la prevalenza del parassita nelle aree urbane, a partire dai rifugi canini, facilita la sorveglianza del parassita, aiutando la pratica veterinaria e le strategie di controllo della malattia.
Nel loro studio, Kelly et al. hanno sviluppato un saggio qPCR per rilevare il DNA di O. lupi da frammenti di pelle. Il nostro estrattore Maxwell® RSC 48, combinato al kit Maxwell® RSC Tissue DNA, ha prelevato campioni da 404 cani. Il DNA genomico estratto è stato poi analizzato sia con il nuovo saggio qPCR (basato su sonde) sia con una PCR convenzionale, seguita da sequenziamento Sanger. Il saggio si è dimostrato estremamente sensibile, rilevando una prevalenza di O. lupi dell'1,9% rispetto all'1,6% rilevato dalla PCR convenzionale.
Integrare i rifugi per animali nelle reti di sorveglianza epidemiologica offre una prospettiva nuova e concreta sull’approccio One Health. La diagnostica molecolare, così come i test qPCR e le piattaforme automatizzate di estrazione del DNA, consente di raccogliere dati affidabili e di agire tempestivamente. Investire in queste tecnologie non significa solo migliorare la ricerca, ma costruire una difesa avanzata contro le zoonosi di domani.
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