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Maldive, il paradiso perduto: come il cambiamento climatico ha già eroso le nostre comunità 

02.10.23 – Articolo di Giacomo Grisafi

Promega Lab Blog - Maldive, il paradiso perduto: come il cambiamento climatico ha già eroso le nostre comunità 1

Questo articolo fa parte di una serie dedicata a luoghi nel mondo che stanno già subendo gli effetti del cambiamento climatico.

Una serie di eleganti palafitte che si stendono su un mare piatto e di un azzurro intenso, dello stesso colore del cielo, circondate dal silenzio e dalla barriera corallina, che in alcuni punti affiora dall'acqua col suo spettacolo di pesci e colori.

È l'immagine da cartolina che conserviamo delle Maldive, sia che ci siamo stati per la nostra luna di miele (o per staccare la spina dalla frenesia del mondo moderno), sia che l'abbiamo segnata sulla mappa come uno dei viaggi da fare nella vita. Le Maldive sono, nell'immaginario collettivo, un vero e proprio paradiso terrestre. Eppure, proseguendo con il riferimento religioso, il paradiso si sa, è eterno. Ma per le Maldive, l'eternità non esiste. Il delizioso arcipelago sognato da milioni di turisti ha una "data di scadenza" a causa del cambiamento climatico, molto più vicina di quanto si possa pensare.

Secondo gli studi, le Maldive potrebbero essere il primo paese della Terra a scomparire sotto l'innalzamento dei mari, con quasi l'80% delle isole che compongono l'arcipelago che diventerà inabitabile entro il 2050. Un futuro fosco, non tanto per i turisti, che si abitueranno a scegliere altri lidi, quanto per gli abitanti, che grazie alla spinta del turismo sono cresciuti a dismisura e presto sentiranno mancare la terra sotto ai piedi.

Il boom turistico e la vulnerabilità dell'arcipelago

Le Maldive sono un arcipelago composto da 1.196 isole così piatte da non superare l'orizzonte, circondate da una doppia catena di 26 atolli corallini. L'esplosione del turismo ha portato, a partire dagli anni 80, al rapidissimo sviluppo di una nazione fino a quel momento formata soprattutto da pescatori. In poco tempo centinaia di resort di lusso sono sbucati come funghi sulle oltre 130 isole disabitate, mentre su quelle principali i villaggi diventavano città moderne, pronte a tenere il ritmo di quella pacifica invasione. Un esempio su tutti Malé, la capitale, che sorge su una superfice inferiore ai tre chilometri quadrati ma che ospita quasi 200.000 persone, motivo per cui è una delle città più densamente popolate al mondo. Lo sviluppo verticale, necessario in un ambiente così ristretto, ha stravolto le origini del popolo maldiviano.

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L'enorme sviluppo voluto dal turismo ha gettato i semi di quel cambiamento, troppo affrettato, che sta contribuendo, insieme al più globale cambiamento climatico, al deterioramento dell'arcipelago. Basti pensare all'isola di Maafushi, un'isola interamente adibita a discarica. Lì vengono gettati alla rinfusa i rifiuti generati dall'industria del turismo e della nuova urbanizzazione, dando origine a uno dei tanti problemi ecologici e ambientali sapientemente nascosti ai turisti.

Con l'80% delle isole coralline a meno di un metro sopra il livello del mare, le Maldive hanno il terreno più basso di qualsiasi altro Paese al mondo, rimanendo pericolosamente vulnerabili all'innalzamento dei mari. Le barriere coralline, oltre che rappresentare un'attrattiva turistica, sono importanti per le isole perché costituiscono una vera e propria linea difensiva. Nel 2016, le Maldive hanno perso oltre il 60% dell'efficacia di quella linea difensiva, senza la quale sono del tutto inermi nei confronti dell'oceano che le circonda.

La Città della Speranza

Le condizioni di fragilità in cui versano le Maldive, sconosciute per lo più ai turisti che ogni anno ne affollano gli atolli, sono ben radicate nella mente dei loro abitanti, con più del 50% del bilancio nazionale speso per l'adattamento ai cambiamenti climatici. Qualche anno fa, l'allora presidente Mohammed Nasheed ha convocato una riunione di gabinetto sott'acqua, in attrezzatura subacquea, proponendo di trasferire l'intera popolazione in Australia.

Al di là di misure che sfiorano l'irrealizzabilità, il governo locale sta già attuando piani per guadagnare tempo, in attesa che i leader globali riescano a porre un freno alle emissioni di carbonio per rallentare il cambiamento climatico. La principale scommessa dei maldiviani è un'isola artificiale sopraelevata che dovrebbe poter ospitare la maggior parte della popolazione dell'arcipelago, composta da mezzo milione di persone.

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L'isola, battezzata Hulhumalé ma laconicamente soprannominata City of Hope (Città della Speranza), rappresenta per i maldiviani sia un'ancora di salvezza che uno stravolgimento nelle loro abitudini. Fatta eccezione per la capitale Malé infatti, del cui rapido sviluppo verticale abbiamo già parlato, nelle altre isole abitate dell'arcipelago i maldiviani sono ancora oggi abituati a vivere in spazi aperti, a contatto con la natura. I grattacieli di City of Hope rappresentano un drastico ma inevitabile cambiamento.

Inevitabile appunto, perché con la maggior parte delle isole ad appena un metro sopra il livello del mare, Hulhumalé, con i suoi 2,5 metri di altezza, costituisce un passaggio inevitabile di fronte all'innalzamento dei mari.

Parallelamente allo sviluppo di quest'isola artificiale, uno studio olandese sta lavorando alla costruzione di 5.000 case galleggianti ancorate in una laguna di fronte alla capitale, che potrebbero servire ad alloggiare i maldiviani che non troveranno posto a City of Hope.

Come spesso accade, a subire i fastidi del cambiamento climatico è prima di tutto la parte debole della popolazione. E infatti, almeno a stretto giro, nulla cambierà sulle 130 "isole resort", gestite privatamente dalle grandi catene alberghiere e dove vigono regole occidentali. Certo, a lungo andare, nemmeno questi paradisi potranno rimanere estranei all'innalzamento dei mari e, infatti, molti dei resort stanno applicando dove possono pratiche sostenibili sulla gestione dei rifiuti e sull'utilizzo di energia rinnovabile.

L'impegno per "salvare il salvabile" è, nell'arcipelago, totale. Ma è proprio qui il punto. Senza un intervento mondiale duro e deciso contro il climate change, le misure adottate dalle Maldive possono solo rallentare una fine comunque inevitabile. Presto, di questo meraviglioso arcipelago, potrebbe non restare che una cartolina.



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