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Italia 2050, dalla desertificazione alla sommersione: come il cambiamento climatico ha già eroso le nostre comunità  

30.10.23 – Articolo di Giacomo Grisafi

Promega Lab Blog - Italia, dalla desertificazione alla sommersione: come il cambiamento climatico ha già eroso le nostre comunità 1

Immaginiamo di chiudere gli occhi e riaprirli nell'anno 2050. Siamo in Sicilia, a inizio estate, con una temperatura di poco superiore ai 50°C. Il troppo caldo ci porta all'esaurimento, così ci spostiamo a Roma, coccolati dall'idea di essere rinfrescati dai venti del ponentino. Ma una volta giunti nella capitale, ci accorgiamo che il ponentino non esiste più, e che Roma è una metropoli dal clima tropicale bombardata da frequenti bombe d'acqua. Esausti, decidiamo di andare a nord, magari nella zona costiera tra Veneto ed Emilia-Romagna, salvo poi scoprire come, in realtà, molti dei lidi che conoscevamo non esistano più, perché l'innalzamento dei mari ha sommerso le zone vicino a Venezia.

Uno scenario inquietante. Ma se state pensando che sia ancora lontano del tempo, vi invitiamo a tornare alla datazione suggerita all'inizio dell'articolo. 2050. Meno di 30 anni a partire da ora. Non una data poi così lontana, non trovate?

Italia nel 2050, cosa ci aspetta?

Le avvisaglie di un "clima impazzito" le abbiamo già oggi. Estati sempre più torride e aride al sud, e nubifragi sempre più violenti al nord. In Italia, il surriscaldamento globale si manifesta molto più intensamente che nel resto del mondo. Questo perché il nostro territorio è particolarmente suscettibile al calore e perché la nostra posizione, nel Mediterraneo, ci colloca in un hotspot climatico (le zone del pianeta che per vari motivi sono più soggette al riscaldamento globale). Ne è la prova il fatto che, negli ultimi due secoli, la temperatura nazionale è aumentata in media di 1,7 gradi, rispetto agli 1,1 gradi a livello globale. Più un ambiente diventa surriscaldato, più genera masse d'aria che si muovono verso l'alto con grande energia. Quando l'acqua condensa vapore acqueo, dà origine ai devastanti temporali a cui stiamo assistendo sempre più di frequente.

Tornando al 2050, la temperatura in Italia si alzerà in media di due gradi rispetto ad oggi, stressando sempre di più le regioni meridionali (che dovranno far fronte a problemi reali come siccità e desertificazione), ma anche il resto della penisola, con Milano che si ritroverà ad avere il doppio delle giornate, rispetto ad oggi, con temperature sopra i 30°C. Le piogge, già in calo, continueranno a diminuire, tanto in estate (dove saranno però molto più pesanti) quanto soprattutto in inverno. La neve? Una triste comparsa, dato che si stima che Lombardia, Trentino e Piemonte potranno utilizzare solo il 30% degli impianti sciistici ad oggi in funzione.

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Immagine presa dal software Costal Climatecentral

E se sarà sempre più difficile fare le vacanze sulla neve, lo sarà anche farle al mare, visto che l'innalzamento previsto è di quasi 10 centimetri. Le zone più colpite saranno quelle della riviera adriatica, a rischio inondazione. Il Delta del Po, dove il fiume incontra il mare in un precario e sottile equilibrio di forze acquatiche, sarà probabilmente solo un ricordo. E Venezia? Nessuno vuole perdere una città come quella della Serenissima, ma l'innalzamento dei mari metterà ancora più a rischio un area da sempre molto sensibile. Il Mose, la diga artificiale fatta costruire davanti alla città, potrebbe non bastare.

Il cupo scenario che stiamo dipingendo per il 2050 porterà anche tutta una serie di conseguenze pesantissime sulla nostra economia. Un netto crollo dal pil sarà sicuramente dovuto agli altissimi costi per l'energia elettrica, alla spesa sanitaria per patologie direttamente causate dalle temperature e al drastico calo del flusso turistico, con una riduzione degli arrivi internazionali stimata al 15%. Per non parlare poi delle diverse produzioni, vinicole in primis, che dovranno emigrare alla ricerca di climi più freschi e temperati.

I cambiamenti climatici aumenteranno inoltre un problema atavico del nostro paese; la disuguaglianza tra nord e sud. Il sud, secondo le stime, subirà l'incidenza di questi cambiamenti con un'intensità otto volte maggiore rispetto alle regioni settentrionali.

Cosa si sta facendo?

Il piano per invertire il climate change, pur con qualche intoppo, è stato tracciato a livello globale a partire dall'Accordo di Parigi siglato da oltre 190 nazioni nel 2015.

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L'obiettivo è quello di ridurre le emissioni in tutti i settori chiave dell'economia, mantenendo l'aumento medio delle temperature globali al di sotto dei 2°C rispetto all'era preindustriale. L'Unione Europea inoltre, ha firmato nel 2020 anche il Green Deal, per ridurre all'interno del continente le emissioni di gas del 55% rispetto al 1990. Non è detto però che queste iniziative siano sufficienti, soprattutto considerando come le stime vengano costantemente rivalutate al ribasso.

Al di là delle azioni intraprese globalmente, l'Italia ha inoltre messo in piedi una serie di investimenti per arrivare all'obiettivo di ridurre del 33% le emissioni di gas serra. Uno step fondamentale per centrare l'obiettivo, senza ovviamente compromettere l'industria e la capacità produttiva, è la transizione energetica. Sono stati stanziati attualmente circa 70 miliardi, che serviranno, tra le altre cose, a garantire l'efficienza energetica e la riqualificazione degli edifici, lo sviluppo di una mobilità e un'agricoltura sostenibile, di un'economia circolare con meno sprechi e di un aumento delle risorse idriche a disposizione.

Se tutto questo basterà, lo dirà il tempo. Ma di tempo, purtroppo, molte zone nel mondo, Italia compresa, non ne hanno poi molto.



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