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22.05.22 – Articolo di Kelly Grooms, Traduzione di Giacomo Grisafi
"Mi sento esaurito". L'esaurimento nervoso, o come viene chiamato più di recente burnout, è uno stato emotivo sempre più diffuso. Talmente diffuso che è estremamente probabile che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, abbia pensato di aver raggiunto il limite.
Quando ci sentiamo esauriti siamo stanchi, stressati, sopraffatti dal lavoro (o dallo studio) siamo convinti di soffrire di burnout. Ma il vero e proprio burnout è in realtà molto più di una semplice risposta emotiva al carico di lavoro o delle altre attività quotidiane. Il burnout, se preso alla leggera, può rapidamente trasformare i sintomi emotivi in fisici, con ripercussioni anche serie sulla nostra vita professionale e personale.
Per molte persone il senso di burnout è stato amplificato dai cambiamenti nella vita lavorativa dovuti alla pandemia da COVID-19. Per chi non era abituato a lavorare da casa, le distinzioni tra l'ambiente lavorativo e quello domestico sono scomparse da un giorno all'altro. Improvvisamente il "lavoro" si trovava nella sala da pranzo, nella camera da letto, nel soggiorno o in qualsiasi altro luogo in cui si potesse fare una videoconferenza. Inoltre, per i genitori, la scuola virtuale ha rappresentato una sfida organizzativa non indifferente.
Al contrario, per alcune professioni come gli operatori sanitari, i lavoratori dei servizi e il personale dei servizi di emergenza, il carico di lavoro durante quei mesi è aumentato a dismisura, unito a un accesso limitato agli strumenti e alle attrezzature necessarie e a un rischio molto più elevato per la propria salute personale. Tutti questi fattori da pandemia hanno contribuito a far aumentare il numero di esaurimenti nervosi, risvegliando la collettività verso un problema che, a ben guardare, esisteva in realtà anche prima dell'arrivo del COVID-19.
Gli psicologi cominciano a parlare di burnout nel 1974, quando Herbert Freudenberger coniò il termine per descrivere la perdita di motivazione e il crescente senso di esaurimento emotivo che riscontrò tra i volontari di una clinica di New York (1). Un paio di anni più tardi, nel 1976, l'articolo della dottoressa Christina Maslach chiamato semplicemente "Burned-Out" (2) rese popolare il concetto e cementò il termine nel nostro lessico comune. Questi articoli furono solo l'inizio di quello che oggi è un massiccio filone di ricerca, incentrato sulle implicazioni sia psicologiche che fisiche del burnout (1).
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) inserisce il burnout sia nella decima(1999) che nell'undicesima (2019) revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (rispettivamente ICD-10 e ICD-11) (3). È importante notare come in nessuna delle due versioni dell'ICD il burnout sia stato classificato come una condizione medica, quanto piuttosto come una "sindrome dovuta a uno stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo".
Riconoscere il burnout come una sindrome psicologica e non un semplice momento di affanno è stato abbastanza immediato. Ma capire come valutare il burnout in un individuo, è tutto un altro paio di maniche. Il Maslach Burnout Inventory è una scala ampiamente utilizzata per questo tipo di valutazione. Questa scala misura il burnout sulla base di tre importanti risposte allo stress: un senso di esaurimento, un sentimento di distacco e di cinismo e un sentimento di inefficacia professionale (4). La scala di Maslach chiede agli intervistati di valutare una serie di affermazioni relative all'esaurimento, al cinismo e all'inefficacia lavorativa su una scala da zero (mai) a 6 (ogni giorno). Gli individui con punteggi elevati possono essere considerati affetti da burnout.
Il Maslach Burnout Inventory (MBI) fornisce uno strumento per misurare il burnout, ma la scarsa definizione dei punteggi rende i risultati estremamente variabili e i dati non attendibili da un punto di vista clinico. L'MBI non è infatti universalmente accettato o utilizzato. Ci si chiede se lo strumento catturi adeguatamente gli aspetti corretti da misurare e ci si interroga se il burnout non debba piuttosto essere classificato come una sindrome e non come una depressione (5). Vi è, ad esempio, una crescente evidenza di come le reazioni di stress associate al burnout possano alterare le funzioni neurali e causare una diminuzione delle funzioni cognitive, col risultato di influenzare negativamente ogni aspetto della vita di una persona (1).
A livello individuale, ci sono alcune controffensive che possiamo mettere in campo quando ci sentiamo esauriti. Tra queste, dare priorità alla nostra salute mentale ed emotiva, definire e rispettare i confini tra lavoro e vita privata, fare esercizio fisico regolare o trovare un hobby. Nessuna di queste cose farà sparire un ambiente di lavoro stressante, ma possono aiutare a riequilibrare la propria vita in modo da affrontare meglio lo stress.
Dato che un dipendente felice e in salute è molto più produttivo di un dipendente stanco e stressato, anche i luoghi di lavoro possono attrezzarsi per aiutare a combattere il burnout all'interno della propria organizzazione. Riconoscere come le persone abbiano esigenze complesse, e fare quindi uno sforzo per sviluppare programmi che supportino la salute e il benessere dei dipendenti (sia sul lavoro che al di fuori), può contribuire in modo significativo.
Sforzi di questo tipo sono spesso semplici da attuare e, oltre a combattere il burnout, possono perfino far ottenere all'azienda un riconoscimento come luogo di lavoro "salutare". Limitare il numero di riunioni settimanali o ridurre la durata standard a 45 minuti rappresentano già un ottimo punto di inizio.
Come ultima considerazione, vale la pena menzionare come molte persone, seppur in presenza di sintomi da burnout, preferiscano non condividere il proprio stato di salute per paura di andare incontro a una stigmatizzazione sociale. Ma come avremo sicuramente imparato negli ultimi anni, il burnout non è più un tabù, tutt'altro. Moltissime persone ne sono affette e nessuno dovrebbe sentirsi in colpa nel pronunciare la frase "Sono esaurito/a".
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